Spigolature Agronomiche 8/2026

EDITORIALE

INVERNO DEMOGRAFICO E AGRICOLTURA

Da qualche tempo in Italia il tema dell’eccesso di denatalità è oggetto di una certa attenzione negli ambienti politici e culturali, dopo che per anni la questione è stata ignorata. Il nostro è uno dei Paesi con il più basso tasso di natalità e di fecondità a livello mondiale, con il numero di nascite che sono precipitate a 355.000 nel 2025 (40% in meno rispetto al 2009) e il numero di figli per donna pari a 1,14, ben al di sotto del tasso di sostituzione che i demografi collocano a 2,1.
Il deficit di popolazione non è un argomento ricorrente nel dibattito agricolo, monopolizzato essenzialmente dalle questioni relative al ricambio generazionale ed all’invecchiamento degli imprenditori e della forza lavoro. Si commette così l’errore di indugiare con una lettura carente e sottovalutare le conseguenze che il declino demografico comporta sulla vitalità del settore, sulla capacità di innovazione delle imprese, sul consolidamento del potenziale produttivo.
La ridotta presenza dei giovani in agricoltura e la prevalenza di operatori appartenenti alle fasce di età più avanzate è il sintomo, e non l’origine, del problema. I risultati non esaltanti di certi interventi di politica agraria, come il sostegno per favorire il ricambio generazionale in agricoltura, derivano dall’equivoco di agire sugli effetti piuttosto che sulle cause.
Anche in agricoltura, come è avvenuto in altri ambiti, è opportuno avviare una accurata riflessione su come la questione demografica impatti in termini di struttura, organizzazione e risultati del settore. Partendo da tali conoscenze, sarà possibile individuare idonee linee di azione, con la ricerca di soluzioni diverse e più sofisticate rispetto a quelle convenzionali e stereotipate che sono state fornite negli ultimi decenni in Italia e nell’Unione europea.
I dubbi sull’efficacia degli aiuti all’insediamento, accompagnati da incentivi agli investimenti e dal sostegno supplementare al reddito sono piuttosto diffusi. Così come appare debole l’ipotesi formulata di recente dalla Commissione europea di negare il sostegno al reddito agli agricoltori che beneficiano di una pensione, in un contesto nel quale il prolungamento della vita attiva, oltre l’età del pensionamento, costituisce oggi una scelta assai diffusa.
La crisi demografica ha inciso profondamente sul sistema agricolo italiano, sotto molteplici aspetti. Di recente l’Istat ha evidenziato il fenomeno dell’eclissi della famiglia contadina con la riduzione del 75% del numero dei coadiuvanti familiari impegnati nelle aziende tra il 2010 ed il 2023 ed il contestuale aumento del ricorso alla manodopera salariata, con il forte incremento dei lavoratori stranieri. È evidente come una tale dinamica richieda risposte coerenti sotto forma di soluzioni che incoraggino la meccanizzazione, l’automazione, la digitalizzazione, la riduzione della frammentazione fondiaria.
Un ben noto effetto dell’inverno demografico in Italia è la difficoltà degli agricoltori a reperire manodopera. I dati di Unioncamere e del Ministero del Lavoro indicano che la quota delle imprese italiane che hanno dichiarato di incontrare difficoltà ad assumere personale è passata dal 26% nel 2019 al 40% nel 2026 (l’indagine Excelsior riferita a tutti i settori produttivi).
A peggiorare il contesto vi è anche la tendenza dei giovani lavoratori agricoli ad uscire precocemente dal settore, come dimostrato da una recente indagine della UILA, dove si evince che, dal 2017 al 2024, quasi la metà degli operai con un’età inferiore a 20 anni ha deciso di abbandonare.
Quali politiche attive del lavoro agricolo sono disponibili in Italia per soddisfare le crescenti esigenze di manodopera delle imprese professionali, le quali devono fare i conti con il calo demografico, la drastica riduzione del numero dei componenti del nucleo familiare e la scarsa attrattività del lavoro nei campi e negli allevamenti?
Il declino della popolazione andrebbe annoverato come una delle principali determinanti dell’evoluzione di lungo periodo del settore agricolo. Sarebbe opportuno esplorare non solo fenomeni come la riduzione del numero di giovani, le carenze in termini di ricambio generazionale e l’invecchiamento degli operatori (imprenditori e forza lavoro), ma anche le conseguenze meno evidenti del tipo l’impatto sulla competitività, sulla vivacità e sulla propensione all’innovazione del sistema agricolo.
Diversi indicatori che misurano la solidità del settore mostrano inequivocabili tendenze negative che sono il risultato in primis delle ridotte disponibilità di risorse umane, cui si aggiungono fattori quali la scarsa e volatile redditività dell’attività agricola; la qualità della vita nelle aziende agricole e nelle aree rurali, spesso percepita insoddisfacente; l’elevata esposizione ai rischi di mercato, climatici ed agli agenti patogeni.
L’esplorazione di tali dinamiche va svolta con metodi rigorosi e senza pregiudizi, anche eseguendo dei raffronti con altri settori economici. Una indagine di marzo 2026 sui giovani agricoltori condotta dal centro studi Divulga rende noto che la riduzione delle imprese italiane condotte da giovani di età inferiore a 35 anni è decisamente più contenuta nel settore agricolo (-6,7% dal 2016 al 2025), rispetto al totale delle attività economiche (-22,5%).
In definitiva, l’inclusione delle variabili demografiche nello studio del sistema agricolo contribuisce ad una più corretta comprensione delle dinamiche, ad una migliore individuazione delle esigenze del settore e alla scelta di più efficaci risposte da mettere in campo a livello di interventi di politica agraria e di strategie di impresa.
Il ricorso ai lavoratori immigrati è un fattore di mitigazione, ma va attentamente governato, perché il declino demografico è un fenomeno di portata globale e non riguarda solo i Paesi sviluppati. Di conseguenza, prima o poi si verificherà la riduzione di tale canale di approvvigionamento della forza lavoro, anche perché agisce la naturale propensione a far ritorno alla propria terra da parte di chi è indotto a vivere lontano per motivi economici.
L’inverno demografico è considerato dagli studiosi della materia come un fenomeno irreversibile e scarsamente sensibile alle politiche pubbliche per la natalità e per la famiglia. Di conseguenza è opportuno immaginare aree rurali e sistemi agricoli caratterizzati da una crescente rarefazione del fattore umano e chiedersi in che modo, in tale contesto, sia possibile mantenere prestazioni adeguate in termini di capacità produttiva, di governo del territorio e di conservazione del paesaggio rurale e delle risorse naturali.

                                                                              Ermanno Comegna

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